Atterriamo in US … ci sono più Startbucks, McDonald e Burger King qui che a New York ! La presenza degli americani si vede, anche se il Kuwait sembra essere la nazione più rigidamente islamica dopo l’Arabia Saudita. Ma di questo ce ne accorgiamo subito al controllo passaporti: sembra che la procedura di entrata (controlli, visti, etc) possa essere lunghetta; il rischio di restare un paio d’ore in qualche ufficio sia alto; a Ryadh in Arabia Saudita, un collega è stato rispedito indietro a Dubai, dopo 12 ore di attesa in aereporto, per un cavillo burocratico. Ma nel gruppo abbiamo la collega locale, Houda, che con un colpo da maestra sfodera un “amico” in aereoporto, un arabo vestito in tunica bianca con un sorriso ammaliante, che ci prende in simpatia e ci velocizza tutto il processo: potere delle relazioni … in questi momenti noi latini ci sentiamo tanto vicini agli arabi
Usciamo dall’aereoporto tirando un sospiro di sollievo ed una simpatica scritta ci accoglie a Kuwait City … segnala 27 gradi, sono le 10 di sera del 13 novembre, fantastico. Arriviamo in centro città dove abbiamo l’albergo, un bel Holiday Inn a 5 stelle, consigliato. Il centro è città vecchia, e si vede dalle palazzine basse e dalla qualità degli edifici: non proprio i grattacieli nuovissimi di Dubai o Doha, capirò poi perchè. La mattina chiacchiero con Ahmad, 30 anni, nato in Kuwait ma di famiglia irachena: mi dice che i parenti vivono ancora in Iraq, e lì la situazione è drammatica: la guerra non finisce, tutto è distrutto, e non vede via d’uscita … tremendo, vedo nel suo sguardo la disperazione della guerra. E mi sento strafortunato ad non averla mai vissuta. Mi dice che in Kuwait sta bene, ha un lavoro, il business è vivace, ma il pericolo di un’altra guerra è sempre imminente e mi fa capire che ciò è snervante. Anche se finchè ci sono gli americani, si sentono protetti. Ma lui è un tipo positivo, solo così si sopravvive da queste parti, e va avanti. Non ha mai visto l’Europa, ma gli piacerebbe; gli racconto del verde e dei prati, ma non sembra capire, qui c’e solo sabbia bianca. Poi parlo com Tameem, un giovane tecnico egiziano, anche lui qui a fare soldi: ha imparato l’italiano, e mi cerca per poterlo praticare un po’; mi dice che qui è molto diverso dalla sua patria natale: no alcool, no disco, no ragazze, divertimento limitato, vita sociale difficile, nessuna relazione con i locali, probabilmente starà qui un anno o due. ma di piu’ non resiste. Gli chiedo cosa fa oltre a lavorare … mi risponde vado in spiaggia nel week end (ma il mare non è cosi bello come in Egitto) o vado nei mall (i grandi centri commerciali), con qualche amico egiziano …wow. Dice che qui la situazione è piu’ tranquilla (da quando c’e’ stata l’ultima guerra con l’Iraq) e timidamente la gente ora sta investendo, e stanno sorgendo grattacieli e mall: ma prima della guerra, nessuno investiva qui a causa dalla minaccia incombente dei vicini. Gli americani hanno portato tranquillità e fiducia. Il problema sembra essere la cultura locale islamica più rigida: che non cambierà. Perchè ? Perchè non c’e’ nessun motivo, i locali sono ricchi, vivono qui d’inverno e d’estate se ne vanno in Europa, e stanno bene cosi. Restano solo i lavoratori (che non sono locali) a soffrire caldo umidità ed estremismi vari. Nessuna molla per cambiare ? No, se stai qui, sai che è cosi. Ma tra due anni Tameem torna ad Alessandria d’Egitto. Houda, la collega commerciale locale è marocchina, anche lei qui per il lavoro. Sposata con un danese, si muove agilmente in queste regioni, usando, parecchio, il suo fascino arabo: ci confida che nessun uomo le rifiuta un appuntamento: nessuno rifiuta una voce femminile ed una ragazza carina, soprattutto quando sfodera la parola magica: sono del Marocco. Perchè ? Perchè sembra che tutti gli sceicchi della zona hanno almeno due mogli: ed una è del Marocco
